Tag
Non sono Livio Michelini.
Ho visto che molte persone, molti lettori, sarebbe meglio dire viandanti perchè passano qui sospinti dalla corrente di Google alla ricerca di qualcos altro, questi lettori vengono qui e cercano di capire chi io sia. Vanno su about ed è come se chiedessero al pulsante, alla pagina di svelare chi scrive. Una qualche biografia, indizi, suppellettili lasciate in disordine. Invece non trovano nulla. Allora ho deciso di svelarmi. Raccontare loro tutto. Confessare. C’era da capirmi: scoprire che così tanti cliccano su about e farli ritrovare con un pugno di mosche in mano… C’era da capirmi, voglio dire, nel momento in cui ho deciso, in cui ho preso la direzione della confessione, come fai ad andare avanti: le persone che leggono vogliono solo sapere chi tu sia.
Io non sono Livio Michelini, come tutti d’altronde.
Io non sono Livio Michelini. Eppure ho deciso di esserlo.
Ed è una decisione importante. Molto più importante di qualunque altro cognome e nome. Intendo dire, cognome e nome reali. Se ha ancora senso affermare “reale” di qualcosa. Fanno bene i russi che ci infilano il patronomico e mettono subito le cose in chiaro. Il russo, come i romani antichi, con la faccenda del patronimico rivelano una certa dose di onestà, chiariscono al mondo: “non è che lui che ha deciso il proprio nome, non è stato il ragazzino. Come farebbe? E’ un poppante“. Difficile non condividere. Non trovate?
Alla nascita quel nome lo scelgono, lo impongono, come l’acqua per il battesimo, altri. Altri cui è toccato in sorte lo stesso destino. Eh sì, anche ai nostri genitori è stato imposto un nome, pure se fanno finta di non saperlo quando l’uomo; il marito, il padre va all’anagrafe e la moglie, la donna, la madre è al reparto maternità. Una crudeltà che avanti dall’inizio dei tempi. Una crudeltà che si è trasformata in abitudine.
La cosa più nostra che abbiamo non è affatto nostra. La cosa, l’oggetto su carta, la parola che ci identifica di più l’hanno decisa due persone che non siamo noi.
Vorrei bene vedere, poi dopo tutta una vita, finiamo per somigliare al nostro nome: per abitudine, per vicinanza, per accostamenti, perché – come si dice – a furia di stare insieme poi le persone parlano un po’ allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, hanno anche gli stessi tic.
Il nome che un altro e un’altra hanno scelto per noi, e che noi nella nostra vita non abbiamo deciso, né chiesto, nemmeno indicato – che so in una rosa di tre – in definitiva lo adottiamo. Una vera adozione: senza certificati, formalità, autorizzazioni e timbri del tribunale. Diventiamo genitori del nostro nome, genitori non naturali, ma - come si dice – quello che conta è crescerli i figli. Così noi cresciamo il nostro nome e alla fine giorno dopo giorno, lo abituiamo e ci abituiamo uno all’altro. Lo osserviamo crescere, fin dai tempi del grembiule e della scuola elementare, così andiamo avanti giorno dopo giorno, e poi da adulti gli vogliamo bene e guai a chi ce lo tocca.
Anche io, cosa pensate, ho una certo affetto per il mio nome.
La questione però non è in questi termini. Scriveva José Saramago: “credo che la nostra biografia si trovi in tutto quello che facciamo e diciamo, in tutti gesti, nel modo come ci sediamo, come camminiamo e guardiamo, come volgiamo la testa o raccogliamo un oggetto da terra“. Bene, se lo scrittore portoghese l’avesse finita qui avremmo risolto il problema. Basterebbe osservarci e si saprebbe chi siamo. Siccome Saramago era un poeta sapeva quel che sosteneva il suo amato Pessoa, e cioè che il poeta è un grande fingitore, gioca con le parole, ha aggiunto: “è questo che vuole fare la pittura“. Ci ha infilato in un bel pasticcio.
Non abbiamo scampo. Almeno io non ho scampo. E così tanti di noi, tanti che non sanno dipingere.

Saramago, Saramago. Ma qui siamo in pieno pessoismo! (e io ovviamente non sono Iginio)