Se per caso il Paolone se lo fosse perso: un articolo di Gotor sulle lacrime di Moro, leggete la chiusa: «anche nella necessità si può essere liberi, anche nella necessità si può capire e farsi capire». Sino all’ultimo respiro, a ora e luogo incerti. E già che ci siamo, sempre di Gotor, farà piacere allo skipper Filipponi leggere un commento sull’incontro tra Monti e il Papa.
Molto da dire su Fruttero. Sembra scritto – effettivamente – col cuore questo ricordo di Gramellini. Eh già: leggere Manzoni…
A chi non verrà voglia di divorato questo romanzo di Jean Gion, dopo aver letto la recensione che ne fa Bruno Quaranta?
Il Paolone è un “early bird” (mattiniero, all’americana).
Caro Livio, solo qualche giorno fa incrociammo qui, per avventura, il racconto Ti trovo un po’ pallida di Carlo Fruttero. Ne parlammo per via di un ritrattino caustico (ma in realtà pieno d’affetto) di Pietro Citati. Sempre affilata come un rasoio, la penna di Fruttero! Ma ovviamente non è ancora di Citati che oggi vogliamo parlare. Né di quella vivida ghost story che è Ti trovo un po’ pallida. Ma del suo autore che ieri – adieu – ha intrapreso anche lui la grande “traversata”. Il fatto è che nella riedizione di quel racconto del 1979, Fruttero ci fa una concessione straordinaria: nella breve appendice aggiunta al testo originale, l’autore ci permette di sbirciare qualche momento dentro il suo laboratorio letterario. Fatto rarissimo, considerata la proverbiale reticenza di F&L a parlare dei loro processi creativi.
Entrando, si prova una sensazione di freschezza e sollievo. Si tratta infatti di un luogo pulito ed evidentemente tenuto con molto amore. Non un laboratorio professionale: dentro non ci sono grandi macchinari complicati. Solo una fila di attrezzi ben curati, posti con ordine e sacro rispetto uno accanto all’altro. Dietro l’apparente distacco con cui il proprietario dell’officina ci mostra i suoi arnesi, si indovina l’intenso piacere che prova ancora nell’adoperarli: il gusto dell’invenzione, la sorpresa e l’orgoglio per la soluzione inedita che risolve un difficile problema strutturale. Appaiono più chiari, insomma, la genesi e il funzionamento degli oggetti straordinariamente precisi che escono da quel laboratorio. E si capisce meglio perché Fruttero avesse, con Lucentini, una predilezione per la cosiddetta letteratura di genere – ghost stories, fantascienza, gialli: la letteratura con gli ingranaggi ben in vista. È che Fruttero, insieme all’amico Lucentini, ha sì portato nella nostra letteratura una upper class stolida e vacua. Ha sì deriso con garbo, ma senza pietà, una borghesia priva di mete e idee, perennemente indaffarata – come un ectoplasma, appunto – ad apparire senza essere. Ma la stessa storia di amicizia e letteratura di F&L riconcilia intellettuali e intelligenza. Dimostra che pensare non è un vezzo né un delitto, come una certa retorica becera e populista ha voluto farci credere, soprattutto negli ultimi vent’anni di sconquassi. Scrivere resta un mestiere necessario: “ci vuole sempre uno scrittore per ‘vedere’ e poi rappresentare e imporre un qualsiasi pezzetto di mondo, di vita. Senza Omero nessuno oggi parlerebbe della guerra di Troia, senza Manzoni la peste di Milano non se la ricorderebbe nessuno, nessuno avrebbe alcuna nozione della piccola nobiltà inglese di campagna senza Jane Austen”.
Ora la bottega ha davvero chiuso. Di gente che sappia adoperare quegli arnesi non se ne vede. Probabilmente ci faranno una jeanseria.